Castellammare di Stabia, Seminario didattico sul riconoscimento sensoriale dei difetti del vino

9 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

Tra gli appuntamenti da non perdere in calendario, il prossimo venerdì 19 Febbraio, presso il prestigioso Crowne Plaza di Castellammare di Stabia (NA), c’è questo interessantissimo seminario di studio sull’analisi sensoriale dei difetti del vino. Io ci sarò!

L’evento è un format di Vinidea, società leader dell’alta formazione nel settore viticolo ed enologico, creato in collaborazione con l’istituto Intelli’Œno, ed hanno affidato il prestigioso incarico di responsabile della docenza per il ciclo formativo sul riconoscimento sensoriale dei difetti del vino al winemaker ”autoctono” Vincenzo Mercurio, che personalmente conosco da tempo e che ho già avuto modo di incontrare ravvicinatamente  e raccontarvi attraverso la mia ultima incursione a casa della famiglia Brini in quel di Masseria Felicia, una delle aziende campane che lui segue come consulente.

Credo si tratti di un corso di formazione di altissimo interesse ed utilità, per tutti gli operatori del settore vitivinicolo ma anche per chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino.

La società Intelli’Œno, con sede vicino a Valence (Francia), è stata fondata nel 2003 da Christophe Gerland, ed è specializzata nel trasferire informazioni dalla ricerca viti-enologica agli enologi e produttori. Intelli’Œno possiede inoltre una particolare competenza nel campo della microbiologia enologica (www.intellioeno.com). La scelta di Vincenzo Mercurio, si deve anche alle pregresse esperienze universitarie maturate con il Prof. Luigi Moio in chimica e tecnologia degli aromi e all’ esperienza francese sullo studio degli aromi del vino. Il corso, inaugurato a Cosenza a fine novembre 2009, ha carattere modulare: un primo modulo è rivolto agli eno – appassionati in generale, sommeliers, maitres, ristoratori, enotecari etc, l’altro, più tecnico, è diretto specificamente ai professionisti: enologi, tecnici di cantina e laboratorio, agronomi, produttori, etc. Scopo del primo modulo è formare i partecipanti sul riconoscimento dei principali difetti sensoriali dei vini, dall’uva al vino in bottiglia, attraverso la degustazione di numerosi vini contaminati artificialmente con i composti responsabili dei difetti descritti. Per ogni difetto, si indicano l’origine, l’effetto sensoriale, i meccanismi di comparsa e l’evoluzione, con cenni alle tecniche di prevenzione o di eliminazione delle deviazioni organolettiche provocate. Il tutto si traduce in pratica con la degustazione dei vini contaminati con le molecole responsabili dell’alterazione, per identificare e memorizzare gli effetti sensoriali del difetto identificato.

Appuntamento quindi a Castellammare di Stabia, venerdì 19 Febbraio, e su queste pagine, spero in tempo reale, pubblicherò il report della full immersion che mi aspetta.

Leiwein, M.S.R.* Bockstein Riesling auslese 1990

8 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

Ladies and gentlemen heres to you… the Riesling! meriterebbe una presentazione da standing ovation questo Auslese di St. Urbanhof. Provo a riportarne la descrizione post emozionale , anche per la curiosa differenza notata nelle tre bottiglie assaggiate; Per la verità, la seconda era evidentemente di tappo, pertanto non rendicontata seppur al di là dell’evidente difetto olfattivo ha mostrato comunque un notevole spessore gustativo.
St Urbans-Hof Oekonomierat Nic. Weis (nome completo dell’azienda) è una cantina che si trova nel comune di Leiwen (siamo quindi nel Bereich Bernkastel) in Mosella, regione viticola in Germania, fondata nel 1957 da Nicolaus Oekonomierat Weis (1905-1971) che volle intitolare la tenuta al santo patrono dei produttori di vino, S. Urbano (Papa Urbano I). Ad oggi, l’azienda St. Urban-Hof conta un vigneto di circa 35 ettari in siti diversi dell’areale tra i quali lagen Bockstein (ad Ockfen), Goldtröpfchen (a Piesport, area vocatissima), Laurentiuslay (Leiwen), Saarfeilser Marienberg (Schoden) e Schlangengraben (Wiltingen, anche questo è un vigneto prestigioso). E’ inutile dire che il vigneto è perlopiù a Riesling con alcune eccezioni per il muller thurgau ed il pinot bianco. Dopo diversi anni di attente sperimentazioni su alcuni cru aziendali dal 1999 qui vengono effettuate esclusivamente fermentazioni con lieviti naturali indigeni utilizzando regolarmente tini di acciaio o legno secondo le esigenze. Le bottiglie tutte dell’annata 1990 hanno in calce in etichetta una numerazione che riprende un pò l’idea del lotto di produzione; Ecco quelle da me assaggiate e delle quali riporto le degustazioni.

Bottiglia 2401219: Il primo approccio, la prima bottiglia di tre comprate per me da Vanni a Lucca da alcuni miei amici americani che conoscendo la mia passione, tra gli altri, anche per i riesling non hanno resistito a questa bellissima etichetta del 1990. Colore giallo oro cristallino, nessun cedimento al tempo, vivo, abbastanza consistente. Primo naso coinvolgente ma non troppo, per sentire tutto il suo “dire” l’abbiamo atteso per tempo, a temperatura moderatamente bassa. Menta piperita, fiori secchi, frutti esotici, stecca di vaniglia, miele, zucchero caramellato di assoluta finezza e con una persistenza abbastanza lunga. In bocca è dapprima abboccato, nessuna cedimento nemmeno in questa fase, poi si apre su di una una mineralità profonda ed elegantissima ricordandomi che il vino quando vuole ( e quando lo sanno interpretare) ha davvero un’anima inarrivabile. Bellissimo vino, bellissimo davvero. Da meditazione, da servire intorno ai 14 gradi in calici mediamente ampi, se proprio si vuole accostarlo a qualcosa da mangiare, beh, io c’ho provato con una caponatina estiva, tutto un dire, ma degustibus…

Bottiglia 2401342: ahimè è di tappo, per’altro inizialmente mascherato dalla forte mineralità dei profumi di questo vino che hanno indotto Steve e Tammy a pensare non al difetto tanto odiato quanto ad una diversa evoluzione del vino. Ma era tappo, e la temperatura di servizio appena un pò più alta ha manifestato tutto il suo male. In bocca c’è da dire che era difficile scorgere difetti, è sembrato quasi più potente del precedente, più caldo con una sovraestrazione minerale ancora più incisiva e persistente.

Bottiglia 2401137: Colore ancora una volta inappellabile, bellissimo, oro splendente senza nessun segno di cedimento, abbastanza consistente nel bicchiere. Il naso, come e più di prima è ampio, finissimo, elegante, complesso e persistente. Qui la mineralità marcata ha sovrastato a lungo le sensazioni fruttate, eteree e speziate prima di lasciare il posto ad una sottile e piacevole rotondità mentolata. In bocca è fresco, profondamente godibile, pare masticare dolce acidità, è lungamente persistente.

*Mosel Saar Ruwer – nella foto una delle anse del fiume Mosella

Il mare dentro

6 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

A mio padre, ai miei fratelli e al ricordo di un mestiere che ci hanno strappato dal cuore, non dalla nostra storia familiare.

E’ l’una e mezza del mattino, la Seiko digitale, una di quelle della prima ora, coi numeri bianchi grandi così, lentamente sale di tono. Pur dormendo nella stanza accanto la sento nitidamente, non ho mai smesso di sentirla da quando hanno deciso di usarla. Fa un freddo boia, alzo appena gli occhi dalla coperta militare tirata su sino alla fronte, riesco però a scorgere dalla porta a vetri  le ombre di mia madre e di mio fratello Nicola, i primi a rompere il fragile silenzio notturno, che vanno avanti e indietro nel corridoio di casa. La prima si sincera che Nunzio abbia indossato panni ben pesanti, l’altro, ritorna in camera sua a dare un altro colpetto a Vincenzo, sempre poco scattante al richiamo sonoro, per lui troppo sottile, della sveglia. Papà non ne ha mai avuto bisogno, lui all’una in punto è già bello che in piedi. A quest’ora, mentre i miei fratelli si vestono, il termos di caffè è già pronto, lui ha già bevuto il suo bel bicchiere di caffè d’orzo e preparato la solita tanichetta d’acqua da usare per sbrinare il parabrezza ed il lunotto della Panda parcheggiata sottocasa.

Così è ogni sera, il martedì sino alla domenica, burrasche e mareggiate permettendo. Eh sì, perché se piove, fa freddo, c’è vento, non vale il riposo, si esce lo stesso, il mare li attende e non ammette ritardi; Per le due bisogna uscire dal porto, entro due, tre ore al massimo le reti vanno ritirate dal mare, poi in prima mattinata, nel canale di Procida ricomincerà il tran tran quotidiano di traghetti e mezzi vari che fanno la spola tra il continente e le isole di Ischia e Procida, troppo trambusto per avere battute di pesca sufficienti a rinfrancare il sacrificio.

Destinazione quindi, darsena di Pozzuoli, per qualcuno risulterà più familiare “O’Valjone”, nome storico del porticciolo dei pescatori flegreo, oggi ridotto ad un ammasso di ferraglie e bagnato da liquami, nonchè vetrina sventrata di un by night inutile ed irriverente per la storia che conserva in grembo. Qui è ormeggiata l’Andromeda 2NA1770, nove metri, cabinato. Non è grandissima, ma abbastanza per rivoluzionare, siamo a fine anni settanta, il modo di fare pesca “da posta” a Pozzuoli. Una delle prime a solcare le acque del porto del capoluogo flegreo, interamente costruita a mano, in legno, con motore Volvo Penta che ne faceva una delle barche da pesca più veloci, scattanti, sicure. L’Andromeda, con la prua a dritta, fendeva le onde in maniera superba. Mio padre, racconta, quando il mare era grosso, ma grosso per davvero, lasciava il timone idraulico in cabina e correva alla barra esterna riuscendo così a domare anche le onde più alte e dure. Era la barca che aveva sempre sognato, i miei fratelli l’hanno amata sopra ogni altra cosa materiale, un bene prezioso, un pezzo dell’anima.

Così si prende il mare, con le luci di segnalazione accese, si esce dal porto: gli ultimi controlli alle pompe idrauliche, al verricello di prua, con papà al timone, mentre Nunzio, Nicola e Vincenzo si danno il cambio sottocoperta per rubare ancora pochi minuti di sonno al freddo. Le prossime ore saranno di duro lavoro: appena si arriva nel canale di Procida bisogna stare allerta, individuare quanto prima possibile il segnale di posta delle reti e guardarsi costantemente attorno, durante la levata, a che non vi sia qualche navigante sprovveduto che causi ansie e timori. Ricordo come fosse ieri il racconto di papà di quando affondò il “Salvatore Marino” all’imbocco del porticciolo di Monte di Procida. I miei salvarono quattro persone dalla morte certa, furono, a detta sua, le due ore più dure di sempre alla ricerca dei passeggeri, per fortuna pochi (eravamo all’alba) che videro in un battibaleno, sparire sotto ai propri piedi una motonave di stazza imponente per una banale erronea segnalazione di posizione con l’incrociatore che entrava in porto.

La gioia più grande invece è vedere salire al verricello, tra le reti, i pesci più grandi, le seppie più grosse, le aragoste dalle antenne più lunghe. Ho provato anch’io, poche volte per la verità, quelle stesse emozioni: vedere Nunzio, con Vincenzo, mentre tiravano su spigole, orate, mennelle, triglie catturate dalle maglie era pura gioia visiva. In questi momenti la velocità con la quale sei costretto a tirare su le reti non ti consente di sbrogliare il pescato in maniera corrente, pertanto man mano che vengono su, si sistemano ai lati le matasse più ardue da districare: scorfani e gallinelle i guastatori più voraci, soprattutto i primi, da maneggiare oltretutto con particolare cura ed attenzione a causa delle spine dorsali intrise di un particolare veleno urticante, che arriva acausare, se punti, dolori lancinanti.

Poi però con calma, sulla scia di ritorno, tutto si sistemava. Si “allestivano” le reti, si ”sarcivano” (cucivano) gli strappi, ed immancabilmente si discuteva degli errori commessi: a papà non gliene andava bene una, comunque; Ma con le vasche ricolme a prua e con la sensazione di aver speso maledettamente bene ancora un altro giorno di duro, durissimo lavoro, tutto appariva come già stato vissuto, domani si ricomincia!

Prata Principato Ultra, Greco di Tufo 2006 Calafè

6 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

“Le afferro con mano decisa  il collo alto, liscio come seta, in maniera da tenerla ben ferma; Con l’altra impugno il coltellino, in bella mostra, i denti lucidi, famelici. Solo due tagli netti, un terzo, obliquo, solo all’evenienza, un gioco di polso veloce,  et voilà, il gioco è fatto!”.

Calma, non è la confessione di un omicidio, ne l’istigazione a commetterne uno, è solo, in maniera sintetica, veloce, la dimostrazione di come liberarsi in maniera efficace della capsula di una  bottiglia di vino. E’ il fermo immagine da cui parte il bellissimo ricordo di questo delizioso Greco di Tufo 2006 di Calafè, piccola azienda irpina da poco sulla scena ma che non ha mancato di mostrare doti di un potenziale eccelso, soprattutto con i suoi greco, questo, che dovrebbe essere ad onor di listino, il vino base ed il cru Ariavecchia.

La vendemmia 2006 é stata in effetti la prima dell’azienda, di questo greco davvero pochissime le bottiglie, appena un migliaio per dare libera interpretazione al sogno di Benito Petrillo di rimarcare origini certe da dedicare, offrire, alle nuove generazioni, alle sue nipoti in particolare: Calafè è infatti l’acronimo di Camilla, Laura e Federica, le giovani braccia che accoglieranno in futuro il frutto di questo sogno ma che già oggi non fanno mancare la loro presenza in cantina ed in giro per fiere ed eventi. Il progetto aziendale prevede, oltre al greco, una spinta importante anche sull’aglianico di Taurasi, in questi anni in affinamento, che però non ha mancato di lasciarsi già apprezzare nella giovane versione “Campi Taurasini”: il 2007 è austero, rigoroso, di buona prospettiva, pecca forse solo un po’ di pulizia olfattiva. Ma la sfida più grande rimane sul greco, quella cioè di scommettere sulle grandi potenzialità che ha questo vitigno di sfidare il tempo, un bianco quindi che esce dalla cantina dopo almeno due anni dalla vendemmia, per offrirsi più pronto da bere, maggiormente espressivo nel frutto, con toni soprattutto olfattivi già maturi non senza però perdere quel carattere gustativo più rigido, particolarmente franco nel greco di Tufo.

Le vigne sono collocate nell’area storica della denominazione, a Prata Principato Ultra e Santa Paolina, con suoli caratterizzati perlopiù da strati argillosi-calcarei nonchè sulfurei, che godono di particolari escursioni termiche tra giorno e notte che permettono una particolare sintesi degli aromi nonchè una maturazione delle uve costante ed efficace. Il 2006 è stato vendemmiato appena dopo la metà di ottobre, rigorosamente a mano e le varie parcelle dei vigneti vendemmiate e vinificate separatamente per comprenderne meglio caratteristiche e voluttà. La vinificazione è stata diretta, niente diraspatura, il mosto ha subito una decantazione statica a freddo per circa 36 ore prima di essere inoculato per la fermentazione alcolica, condotta a bassa temperatura tra i 14/16 °C. Successivamente si è attesa una prima parziale fermentazione malolattica, poi un lungo affinamento sulle fecce fini (circa 12 mesi) prima di destinarlo in bottiglia dove è rimasto circa un altro anno. Nel bicchiere un vino giallo paglierino intenso, tendente al dorato, cristallino, consistente. Il primo naso è assai invitante, note fruttate dolci e floreali, persistenti, in particolare pera e albicocca matura, con reminiscenze minerali già particolarmente evolute: un naso quasi “mitteleuropeo”, che trova pieno riscontro stilistico nel sapore. In bocca è infatti secco, decisamente lungo, l’acidità è ben presente, nonostante i tredici gradi e mezzo continua a mostrare una spalla interessante, dona una freschezza di beva molto invitante, piacevole, continua, corroborante. Il finale è caratterizzato da una spinta sapida che ancora fa fatica a venire fuori del tutto, ma ci vuole essere, sino alla fine. Un gran bel bianco, che aspetto di riassaggiare nelle prossime vendemmie perché vale proprio la pena non perderlo di vista nell’affollato, per fortuna, corollario irpinio.

Se proprio dovessimo reiterarlo questo reato, beh, non sarebbe male confrontare questo vino in abbinamento alla minestra di pasta di Gragnano con crostacei e piccoli pesci di Gennaro Esposito.

Barbaresco, non il vino. Darmagi 2001 Gaja

5 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

Dicono di lui: “Angelo Gaja è, per il vino italiano, l’emblema stesso dell’uomo vincente. È uno a cui bisogna star dietro perché va veloce, e costringe all’inseguimento in tutti i sensi, tanto per quella sua spiccata arte dialettica che per la camminata veloce”. (Luca Bonci, www.acquabuona.it).

“Parla di sé parlando di altri o se vogliamo parla di altri facendo credere di non parlare poi più di tanto di sé”. (Alessandro Franceschini, www.lavinium.com).

Potrei continuare a lungo citando solo le frasi, per così dire famose, che girano sul web; Lui stesso, nonostante non manchi di professarsi lontano dal circo mediatico degli ultimi anni, non ha mai smesso di mettere carne al fuoco, puntualmente, con uscite imprevedibili, da vera star del firmamento, spesso spiazzanti, ancor di più discutibili, come quando fece recapitare a suo nome, al giornalista Franco Ziliani di vino al vino una lettera di invito rivolto a tutti i lettori dei blog che desiderassero fargli visita lì a Barbaresco, presso la cantina storica, per avere la sua opinione sul caso Brunello, non senza però sottilineare di non gradire, in quella occasione, l’arrivo dei giornalisti. Insomma, Angelo Gaja, al di là dei suoi amati (o a seconda, odiati) vini, ha lasciato e lascia tutt’ora, una traccia indelebile nel mondo del vino italiano che non può non essere sotto gli occhi di tutti. 

Il Darmagi è un vino che ha fatto discutere molti, per qualcuno invece è più semplicemente un vino di cui non discutere affatto. Di certo non è un vino qualunque, fosse solo per il prezzzo, oltre i 100 euro in enoteca. In generale avvicinarsi ai vini di Gaja può essere tante cose, spesso dei suoi Barbaresco ed ex tali si parla tanto più di quanto se ne siano bevuti, percui l’aver timore reverenziale o essere irriverenti significa camminare una linea assai sottile e fragile. Non sono certo bottiglie che si aprono spesso, almeno dalle nostre parti, costicchiano parecchio e quando te ne capita una a tiro, non sai mai che panni vestire: ci si lancia appassionatamente alla ricerca di una radiografia, quasi risonanza magnetica, ma più che per le emozioni da tirarne fuori si va in cerca della minima sbavatura, uno sgarro, uno solo, per poter dire finalmente: “Mamma che vino!” oppure, ”Cavolo, come pensavo, non vale sti’ soldi!”. Arduo tirare le somme dell’una o l’altra definizione e più passa il tempo che lo giri e rigiri nel bicchiere più cerchi di tutto purchè non giustifichi quel prezzo.

Il vino nasce dalla volontà del grande produttore piemontese di cimentarsi col cabernet sauvignon in quel delle langhe, il nome Darmagi viene proprio dall’espressione dialettale piemontese “…che peccato!” che pare fosse stata espressa dal buon padre di Angelo Gaja nel vedere estirpare le vecchie vigne di nebbiolo per fare posto al cabernet. Il vino si presenta nel bicchiere di un rosso rubino concentratissimo, limpido, impenetrabile, consistente. Il primo naso è ampio e complesso su note di frutta surmatura, sensazioni balsamiche di liquerizia, tracce eteree di cuoio. L’alcol è prima invadente poi sovrastato dal frutto, il tannino è ben risoluto. In bocca è ricco, avvolgente, la sensazione di calore percepita alla deglutizione è decisa, ritorna di nuovo in primo piano, il frutto, volendone tracciare un profilo armonico si può tranquillamente scrivere di un vino maturo, forse oltremodo. E’ comunque una bella esperienza degustativa, però, mamma mia che vino, ma lo sapevo, non li vale sti’ soldi! :-)

Tufo, Vigna Cicogna 2008 Benito Ferrara

3 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

Ho più volte incrociato Gabriella Ferrara e Sergio Ambrosino, persone davvero deliziose a cui va la mia più alta stima per il duro lavoro che portano avanti con la loro azienda. Loro in verità dicono di essere particolarmente restii alla “mondanità”, troppo spesso da qualcuno addirittura rincorsa, eppure non hanno mai fatto mancare la loro presenza negli eventi che contano, io però mi sono accontentato di essere andato a trovarli proprio a casa loro, più di una volta;

L’azienda è piccola, le bottiglie poche, a dirla tutta, per chi li ha visti nascere e crescere forse sono divenute, 50.000, anche troppe; Chi volesse muovergli una critica li avrebbe preferiti specializzati nel greco e basta. Con gli 8 ettari di proprietà a Tufo, in località San Paolo rappresentano la pietra miliare della produzione irpina di questo straordinario bianco, poi si sono aggiunte alcune altre vigne in conduzione tra Montemiletto e Lapio dove nascono, da qualche anno, rispettivamente  l’aglianico ed il Taurasi “Quattro Confini ed il Fiano di Avellino che vanno a completare il portafoglio prodotti dell’azienda. Il cuore però rimane qui, a Tufo, rimane all’inarrivabile, per molti, Greco di Tufo Vigna Cicogna, che non smette mai di stupire, annata dopo annata sino ad essere divenuto ormai un riferimento assoluto per tutta la denominazione territoriale.

Il Vigna Cicogna 2008 ha tratti caratteriali davvero stupefacenti, forse il più austero dell’ultimo decennio e probabilmente quello destinato a miglior lunga vita. Il colore è giallo paglierino con appena accennate sfumature oro, limpido e vivo, consistente. Il primo naso è avvincente, erbaceo,vegetale, mentolato, poi vengono fuori sensazioni finssime di fiori bianchi ed agrumi, poi frutta a polpa gialla, pura albicocca.
In bocca è secco, caldo, di una freschezza riappacificante. Palato pieno, ricco di una voluttà incredibile per un bianco, non per questo bianco, giustamente sapido e con un finale di bocca minerale che chude con la netta sensazione, tipica, di mandorla amara, deliziosamente evanescente. Quanta strada farà questo vino? Di certo una bottiglia rischia di scivolare sotto il naso appena tra quattro mani, se abbinato a fritturine di mare addirittura può non bastare.

Sessa Aurunca, Falerno del Massico rosso 1999

2 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

C’era una volta una vigna ed una passione, siamo nei primi anni novanta quando Alessandro Brini e la moglie Giuseppina Ruggiero decidono di restaurare il casale di inizio novecento ereditato pochi anni prima dove si recavano di sovente per dare libero sfogo alle proprie passioni tramandategli dagli avi, il vino per il primo, l’olio per la seconda. E’ il 1995, l’azienda agricola vive, finalmente, di nuovo slancio e soprattutto Sandro pare particolarmente soddisfatto dal vino che viene fuori dalle prime vendemmie, tanto da provare a metterne da parte qualche bottiglia per seguirne l’evoluzione. L’ettaro e mezzo appena reimpiantato di aglianico e piedirosso è posto proprio nel “giardino” di casa con vista sul monte Massico, da qui, in linea d’aria a meno di un paio di chilometri; E’ stato piantato così come si faceva (sbagliando?) un tempo, con ceppi di aglianico intervallati da piedirosso in percentuali più o meno rigorose: è infatti particolarmente istruttivo camminarne le vigne (piantate a guyot semplice) in questo periodo della stagione poiché con le prime potature e la legatura dei tralci si riesce perfettamente a comprendere le prime differenze sostanziali tra i due vitigni e degli interventi necessari per gestirli in allevamento. Quando si dice uvaggio, ecco, in maniera essenziale, cosa può rendere bene l’idea.

Sono questi anni di nuovo vigore, e Maria Felicia, figlia di Sandro e Giuseppina, poco più che ventenne decide di abbandonare il suo lavoro di copyrighter freelance per dedicarsi anima e corpo a questo nuovo progetto venuto fuori quasi per hobby ma che ha bisogno adesso di forte sostegno morale e fisico. C’è poco su cui riflettere, rimuginare, il richiamo della terra è più forte, la voglia di scoprire questo nuovo mondo del vino, di confrontarsi, di affermare quei principi sognati da papà e mamma prendono il sopravvento, tanto che oggi sono pienamente personificati nel suo modo di intendere e volere l’azienda, oggi il suo pane quotidiano, ed il suo vino, il Falerno degli antichi, lento e puro, austero e vero, nel mondo della velocità totale, senza quasi memoria. E’ una donna del vino giovane, brillante, con le idee chiare e la giusta fermezza di chi sa cosa vuole, di chi sa, per esempio, mediare in maniera intelligente tra l’indomabile rinnovamento arrivato con l’enologo Vincenzo Mercurio e la ferma disciplina ai principi tradizionali di papà Sandro.

Il Falerno del Massico ’99 è un po’ tutto questo, ma è soprattutto l’origine di tutto. La prima vendemmia, mai commercializzata, conservata gelosamente in pochissimi esemplari nella suggestiva cantina storica di casa Brini. Nasce proprio dal vigneto di cui sopra, senza nessun tipo di trattamento in vigna se non quelli cosiddetti naturali tramandati di padre in figlio e nessun accorgimento particolare se non l’amore per la propria terra; Nemmeno una cantina, in garage solo una pigiadiraspatrice a manovella, una di quelle tanto belle da ritrovare nei musei del vino, un torchio abbastanza malconcio ma utile a smanettare sul proprio entusiasmo. Macerazione a temperature assolutamente incontrollate, lieviti più o meno indigeni (si dice così?), zero (dico zero!) solforosa. Insomma, qualcuno in vena di fare un po’ di business l’avrebbe potuto far passare per “bio-qualcosa” o magari affibbiatogli una tripla sigla per certificarne l’autenticità, i Brini non ebbero nemmeno il tempo di farci l’etichetta, intuirono però da subito il grande valore di quella scelta che ancora oggi ci fa parlare di quel tempo con non poco fervore. Il colore è bellissimo, rosso rubino vivo con appena accennate sfumature granata, limpidissimo e poco trasparente, consistente. Il primo naso è assolutamente spiazzante, la nota di riduzione sembra prendere il sopravvento, ma ha bisogno di tempo e noi glielo concediamo volentieri. La freschezza olfattiva è impressionante, il frutto appare ancora quasi acerbo, vinoso, polposo. Sentori di garofano, poi amarena spiritosa, note balsamiche ed eteree smaltate. Non si può dire certo un corredo fine, ma il fronte olfattivo è intenso e lungamente persistente. In bocca è secco, manifesta ancora una discreta acidità ed un tannino, come il frutto, pienamente espressivo e lontano, secondo me lontanissimo, dal divenire levigato. Il palato è avvolto dalla continua ricerca della salivazione, che tarda, non poco, a venire fuori. Un vino crudo, per niente superato dal tempo, tutt’altro, il tempo sembra proprio essergli passato accanto inosservato, sfiorandolo appena, temendone forse la forza.

Controguerra, Zanna 2003 di Illuminati

1 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

Non è difficile imbroccare l’annata giusta, forse nemmeno ripetersi a distanza di pochi anni, però quando si è di fronte a capolavori di costanza si può tranquillamente abbassare la testa, portare la mano al cappello e levarselo senza pensarci troppo. Il Montepulciano d’Abruzzo Zanna di Dino Illuminati pare calzare questo concetto in maniera perfetta, senza piega alcuna. Non è difficile pensare al montepulciano senza rimanerne affascinati dalla grande storia di uomini e vigne che conserva tra i suoi grappoli e nei suoi vini, pochi affermano di non riconoscere in Edoardo Valentini un interprete di riferimento assoluto, oppure nel parimenti compianto Gianni Masciarelli un talento da vigneron duro e puro capace di sovvertire gli equilibri non solo di una viticoltura regionale; Come non si può rimanere imperterriti davanti ad una figura monumentale come quella del cavaliere del lavoro Dino Illuminati che con questi e pochi altri ha contribuito in maniera efficace alla trasformazione del Montepulciano d’Abruzzo da vino di onesta osteria ad uno dei capisaldi della vitienologia italiana. 

Il vigneto Zanna si eleva sino a circa 300 metri sul livello del mare sulle colline alla destra del fiume Tronto che scendono fino all’Adriatico, nel comune di Controguerra; Il clima da queste parti è mite e gode di una fresca ventilazione. Il terreno è scarsamente poroso, di origine marnosa e ricco di contenuti argillosi determinanti per la risolutezza con la quale si esprime questo meraviglioso Montepulciano d’Abruzzo che ricade nella nuova d.o.c.g. Colline Teramane. Qui le uve sono tra le ultime ad essere raccolte, dopo un forte diradamento ed una meticolosa selezione delle uve, che vengono diraspate, pigiate e poste a fermentare in vinificatori di acciaio inox ad una temperatura non superiore ai 30°C. Completata la fermentazione malolattica il vino viene travasato nelle botti di rovere di Slavonia da 25 hl circa dove rimane 24-26 mesi. Una cura maniacale che ci consegna un vino importante, e come nelle migliori tradizioni, solo nelle annate particolarmente favorevoli. Il timbro cromatico è di colore rubino scurissimo ed impenetrabile, al naso è affascinante, dapprima su note tipicamente varietali, rosa appassita, mora in confettura, poi sentori animali e balsamici che s’inseguono in una persistenza davvero stupefacente. In bocca la trama gustativa è possente, ricca, piena di sfumature acido-tanniche eppure ampio e persistente su un frutto costantemente in primo piano, succoso, profondo. Un grande rosso, da godere adesso o lasciare maturare in cantina per coglierne le possibili sfumature evolutive, che non necessariamente vuole abbinamenti ma certamente da spendere su secondi piatti succulenti, aromatici e di particolare consistenza.

Una giornata (bagnata) a Masseria Felicia: scoprire e capire il vino con gli Amici di Bevute

1 febbraio 2010 di Angelo Di Costanzo

Niente e nessuno ci fermerà! non siamo certo dei sovversivi ma amiamo talmente tanto camminare le vigne che questo è il solo motto che conosciamo per non perderci davanti ad una giornata cupa e grigia e piovosa come non mai nelle ultime settimane. Ci stava aspettando!

Ci riuniamo di prima mattina, qualcuno ci raggiungerà strada facendo, direzione Sessa Aurunca alla scoperta della piccola e deliziosa azienda della famiglia Brini, Masseria Felicia, ai piedi del versante nord del monte Massico, quello, per intenderci, che guarda verso la provincia di Latina. Il cammino è un po’ a rilento, la pioggia, in certi tratti particolarmente incessante non ci aiuta a rimanere a vista, così qualcuno, più o meno inconsciamente arriva sino a Caianello prima di accorgersi di aver superato l’uscita autostradale di Capua da almeno 15 chilometri: e vabbuò, so cose che capitano.

Ci accoglie, sotto la pioggia, Maria Felicia e ci accompagna subito al tepore del camino acceso nel salotto di casa. Invadiamo, ma solo per qualche minuto lo spazio giochi della piccola Alice, che ci osserva con occhi vispi mentre tra una tirata di orecchie al dinosauro ed un bacio all’orsacchiotto del cuore aiuta la nonna Giuseppina a preparare la tavola per la ricca colazione che ci attende alla fine della visita in cantina, non prima però di una scarpinata tra le vigne. Sotto la pioggia, naturalmente. Ci raggiungono frattanto il papà di Maria Felicia, Sandro e l’enologo Vincenzo Mercurio che ci teneva particolarmente ad essere presente per darci ampia descrizione del particolare lavoro progettuale condotto qui a Terenzano con l’agianico ed il piedirosso dell’azienda della famiglia Brini. “Sono vini sorprendenti, l’aglianico qui acquisisce una forza capace di farlo sopravvivere per una intera generazione, e senza intervento alcuno in cantina se non quello di preservazione delle sue peculiarità”. 

Sandro Brini ci racconta dell’inizio, di quando, siamo nei primi anni novanta, con la moglie decisero di dare il via alla ristrutturazione del casale che oggi ospita la loro casa, la cantina e sotto la quale fu ritrovato un antico cellaio dove oggi riposano le vecchie annate destinate alla memoria liquida del falerno di Masseria Felicia. “Anni entusiasmanti, a tratti vissuti da incoscienti, ma il richiamo della propria terra, della propria storia, delle proprie radici diveniva ogni giorno sempre più forte. Così come forte è il legame che traspare dall’assaggio dei vini e la terra che interpretano, tra il Falerno Ariapetrina 2004 straordinariamente succoso di frutto e l’Etichetta Bronzo 2006, il cru di casa, duro e puro come le mani intrise di terra e calli di papà Sandro e la stessa Felicia, che mai si è sottratta alle fatiche della campagna. Un legame solidissimo come la longevità del Falerno ‘99 regalatoci in degustazione prima del saluto, la prima annata, il principio di tutto,  mai commercializzata, eccezionalmente austero e destinato ancora a lunga vita. Assaggiamo, grazie al nulla osta del buon Mercurio, anche il Rosato di aglianico 2009 di prossima uscita del quale parlerò a breve, anch’esso fuori dagli schemi, tenue sì, ma dal carattere inconfondibile, lo stesso che appare delinerare costantemente il profilo dei vini di Masseria Felicia, vivacità e freschezza sui generis per vini non obbligati a concedersi immediatamente, ma sinceri e schietti come l’aria che tira alle pendici del monte Massico da questa parte del versante. Ci spostiamo in salotto, il focolare ci attende, scambiamo quattro chiacchiere, distintive come sempre, con Vincenzo, poi mamma Giuseppina ci guida nella degustazione degli oli extravergini, prodotti esclusivamente dagli olivi della masseria e franti per gentile concessione dalla rinomata Badevisco proprio qui a Sessa Aurunca, garanzia di qualità superiore: uno è composto da diverse cultivar, leccino e sessana su tutte,  l’altro invece è in purezza da varietà Itrana, quest’ultimo davvero buono, superlativo per fragranza ed equilibrio.

Fuori la pioggia continua a battere incessantemente, il vento pare rifuggire  i filari spogli che s’intravedono dalle grandi vetrate, dentro c’è solo il calore, c’è n’è ormai abbastanza da rimanerne succubi, le buone cose messe in tavola ci hanno dato il giusto sostegno morale e supporto, per così dire tecnico, ai deliziosi nettari bevuti. Grazie di cuore alla famiglia Brini, per averci regalato questa bellissima mattinata e lasciatoci immaginare come eravamo per continuare a sognare come dovremmo essere.

Qui tutte le foto a cura dell’amico Giovanni Lamberti.