Intervallo. Aperitivo in terrazza con Gambero con guanciale, piselli e zabaglione e Dubl Greco 2009

26 maggio 2012 by

Chiavari, Golfo del Tigullio Spumante Pas Dosé Abissi 2009 Bisson: il vino con il mare dentro!

25 maggio 2012 by

L’idea è bizzarra, suggestiva, improbabile. E’ venuta in mente, una decina d’anni fa a Piero Lugano, enotecaro e produttore di vini con la figlia Marta a Chiavari. A me è rimbalzata iersera: “senta, avremmo voglia di bollicine, qualcosa di buono però, magari di insolito e che stia bene con il pesce…”

Abissi 2009 di Bisson è un vino particolare o, se preferite, più semplicemente, davvero singolare: un metodo classico che nasce letteralmente in fondo al mare! A seconda delle annate vengono utilizzate in percentuali variabili le uve tradizionali liguri bianchetta genovese, vermentino e pigato. La vendemmia è generalmente precoce, come tradizione vuole, per ottenere vini base ricchi in acidità; fermentato a temperatura controllata, è avviato alla presa di spuma con inoculo di lieviti selezionati. Sin qui, è chiaro, nulla di particolare.

A questo punto però entra in scena la trovata di Piero Lugano, navigato lupo di mare prima che intraprendente imprenditore del vino, così parte il progetto “Abissi”: le bottiglie, circa 6.000, vengono sistemate dentro dei gabbiotti di acciaio ed immerse, alla profondità di 60 metri, nei fondali dell’Area Marina Protetta di Portofino per circa diciotto mesi.

La convinzione è che durante il periodo d’immersione, le bottiglie, adagiate in un ambiente di affinamento effettivamente particolare – costantemente intorno ai 15° e, grazie anche all’effetto di bilanciamento di pressione, omogenea ed equilibrata sia dall’esterno verso l’interno che viceversa -, possano giovarsi di un élevage talmente esclusivo da caratterizzarne profondamente lo stile e la complessità, anche grazie all’effetto culla, svolto in questo caso naturalmente dalle correnti marine che permettono, costantemente, di mantenere in sospensione le “fecce nobili”, fondamentali per conferire al vino corpo, struttura e, naturalmente, profumi unici. Dopo il ripescaggio e la sboccatura augurale, le bottiglie vengono lasciate ancora in affinamento nella miniera di Gambatesa. Il vino, come scritto anche in etichetta, non viene “dosato”.

Le bottiglie sono anzitutto molto particolari, alcune recano evidenti segni della lunga sosta in mare, con un gioco di incrostazioni e disegni marini naturali effettivamente affascinanti: certe bottiglie conservano addirittura conchiglie e stelle marine attaccate, una mise conservata anche grazie ad un particolare packaging che vede ogni singola bottiglia rivestita, prima della sua commercializzazione, con una speciale pellicola trasparente protettiva che ne preserva tutta l’avvenente suggestione.

Un fascino che trova immediate conferme nel vino, vestito di un giallo paglierino ricco e brillante, carezzato da bollicine sottili, fini e particolarmente persistenti. Molto persistenti. Il naso è realmente curioso, suggestione o no regala realmente note molto particolari: dapprima di frutta secca e spezie dolci, ma anche e soprattutto marine, iodate, un timbro salmastro largamente gradevole, particolare ma non eccessivamente invadente. I bocca poi è asciutto, di spessore, chiede spazio e se lo prende, è vivace, fresco e di buona persistenza, assai sapido. Chiude leggermente amaro, ma è solo un richiamo, nulla di ché. Insomma, Abissi è sicuramente una buona idea – diciamo pure geniale, una trovata! -, ma soprattutto è un ottimo vino spumante.

Se ne è parlato anche qui e qui, mica sul giornalino di Roccasecca (cit.)!

Greco di Tufo Giallo d’Arles 2009 Quintodecimo!

20 maggio 2012 by

Credo avesse dalla sua una possibilità forse unica, concessa solo a pochi eletti, anche se non sempre di immediata comprensione. Poteva, con Laura, decidere di produrre a Mirabella Eclano questo e tutti gli altri vini senza una specifica denominazione territoriale, quel riferimento tanto ricercato da molti, evocativo, talvolta necessario secondo alcuni come fosse dovuto, eppure quante volte l’abbiamo visto depredato per soli fini commerciali.

Ha sbagliato quindi Luigi Moio? E chissà che non ci stia ripensando…*

Da un lato ci sono terre e vigne straordinariamente suggestive, e varietali che la dicono lunga. Dall’altro, la mano e il tempo, che consegnano ai bicchieri ogni anno vini finissimi; poi ci sono gli addetti ai lavori, molti non hanno perso tempo nel coglierli, interpretarli, descriverli ognuno a loro piacere. Pro o contro non fa alcuna differenza, certuni han voluto addirittura aggiungere qualcosa, una sfida personale al professore, talvolta nel bene, altre nel male. Però tutti si sono comunque guadagnati il loro quarto d’ora di notorietà (cit.), grazie ai vini di Luigi e Laura.

Eppure qualcosa non mi torna: “fare vini senza avere lacci”, si dice. “La denominazione ci sta spesso stretta”, c’è chi ribadisce. E invece… ma com’è, non dovrebbe essere così anche a Quintodecimo? Sappiamo o no tutti di quella precisa timbrica personale, addirittura firmata in calce? Eppure, bicchiere alla mano, bevi sto vino e pensi subito a quelle meravigliose vigne a Santa Paolina baciate dal sole. Massì, è semplicemente un paradosso, uno dei tanti, come spiegarlo altrimenti. Un territorio, un microcosmo, fuori dal mondo!

E se invece oltre il greco di Tufo che conosciamo conoscevamo c’è dell’altro? Il fatto è che con le prime bottiglie del 2006 c’era da scegliere e anziché giocare d’azzardo si preferì lasciarsi individuare, scegliere tra i tanti fiano di Avellino, greco di Tufo, aglianico e Taurasi invece di rimanere più semplicemente unici artefici di un bianco Exultet o Giallo d’Arles piuttosto che un rosso Terra d’Eclano o Vigna Quintodecimo: il territorio, abbracciare l’idea dell’insieme, della valorizzazione di un areale, delle denominazioni piuttosto che se stessi, solo se stessi. Quanto è valsa questa scelta?

Per quanto mi riguarda tanto, il sistema ha sempre bisogno di nuovi interpreti capaci di aggiungere qualcosa di nuovo o innovativo, ma anche semplicemente di diverso. E frattanto io non ricordo un greco di Tufo così profondo e pienamente espressivo come questo, che salta al naso e ti riempie la bocca dal primo all’ultimo sorso. Ha una maturità impressionate, stilisticamente inequivocabile eppure di forte, fortissima personalità e persistenza varietale. Una visione territoriale dunque, ma a suo modo unica.

Quello di Van Gogh – dice un recente studio europeo su alcune sue opere – sta progressivamente perdendo brillantezza, si sta spegnendo. Questo invece è un Giallo d’Arles luminoso e cristallino. Il naso, sin da subito comincia a tirare fuori una miriade di sfumature sottili e insistenti, di fiori e frutta gialli ma anche note speziate piacevoli. Ginestra e glicine, poi prugna, pesca ed albicocca mature, cedro, ma anche un soffio di camomilla e zenzero candito. Il sorso è asciutto e avvolgente, largo, fresco e minerale, lungo e persistente, di infinita piacevolezza.

Giuro che vorrei averne ancora, ahimè però non si riesce per davvero a metterne via una che dico una. Anche questo è un paradosso tutto da disvelare: non è certamente a buon mercato, come del resto tutti i vini dell’azienda; dicono addirittura che siano cari, eppure, credetemi, non si riesce a stargli dietro tanto se ne vendono.

*Ci pensavo con in mano le nuove etichette 2010, con la scritta dei nomi dei vini ancora più grande e quella delle denominazioni ancora più piccola.

Sancerre, La Moussière ’10 Alphonse Mellot

16 maggio 2012 by

Potremmo stare ore a dibattere su quale sia il migliore sauvignon blanc del mondo. Il vitigno è uno di quelli che o ami o odi, di via traverse non se ne parla manco a scolpirle sulla roccia.

Si sa, son davvero pochi quei vini realmente capaci di mettere d’accordo tutti: certo vi è quello neozelandese, il Cloudy Bay dal naso ”fumoso” e dal sorso salato, oppure si, a Pouilly S/Loire nessuno ha ancora dimenticato Didier Dagueneau (ma si può?), che quando hai la fortuna di cogliere certi suoi vini al momento giusto c’è da strapparsi i capelli; poi vabbé, vi sono anche certi italiani, magari ancora troppo “giovani”, però capaci di ottime prestazioni, talvolta pure eleganti e assai profondi (il de La Tour per esempio).

Un grande sauvignon però rimane solo quando è davvero una grande esperienza, e guai a lasciarla andare via senza dedicargli almeno due righe. Soprattutto quando si tratta di un Sancerre, laddove, raccontano, si nasconde ancora quell’anima più arcaica e selvaggia del blanc fumé Loirenne. E La Moussière, 30 ettari piantati su calcare e marne, è un po’ l’anima certa del Domaine Alphonse Mellot, da sempre uno dei miei preferiti in assoluto sull’argomento. E questo 2010, bevuto a distanza di quasi un anno dall’ultimo assaggio, conferma quanto sia incredibilmente sorprendente la cifra stilistica di questo vigneron capace di consegnare agli annali vini di una pulizia e complessità incredibili, talvolta di inarrivabile eleganza.

Un vino meraviglioso insomma, luminoso, verticale e fresco, asciutto all’inverosimile eppure tanto invitante quanto complesso e ricco. Un cinquanta per cento della massa fa fermentazione in legno, grande, l’altro cinquanta passa solo in acciaio. Poi, una volta deciso il blend, finisce una manciata di mesi in bottiglia, per ritrovare equilibrio, ricomporsi ed imprimere quella verve che ne caratterizza l’entusiasmante beva, dal primo all’ultimo sorso.

Annata decisamente fortunata questa e lo si capisce sin da subito: il primo naso è ricco di aromi classici (agrumi, litchi, frutto della passione, timo) ma anche di note più decise, quasi pungenti, come polvere di gesso e pietra bagnata. Il sorso poi è come baciato da una profonda sapidità, dal sapore deciso, concentrico sul frutto ma ricco di sfumature agrumate e minerali che man mano vanno diventando docili e rinfrancanti. Ricordate: Sancerre La Moussiere 2010 Alphonse Mellot, “il” vostro sauvignon!

Napoli, il 21 Maggio c’è il Gran Galà Pommery

14 maggio 2012 by

Verticale Champagne Cuvée Louise

Lunedì 21 Maggio 2012 ore 21,00

Dal 1999 al 1985 cinque eccellenti millesimi di Cuvée Louise presentati da Thierry Gasco – Chef de Cave della Maison Pommery.

La Verticale sarà abbinata ad una “Cena di Gala a Otto mani” diretta dagli Chefs 2 Etoiles Michelin: Ernesto Iaccarino del Ristorante Don Alfonso 1890, Alfonso Caputo del Ristorante Taverna del Capitano, Antonio Mellino del Ristorante Quattropassi, Andrea Migliaccio del Ristorante L’Olivo del Capri Palace Hotel&Spa.

Ogni Chef abbinerà un prestigioso piatto sapientemente creato e dedicato ad un’annata in degustazione.

Villa Domi
Salita Scudillo 19/a – Colli Aminei – Napoli
Evento Riservato
press@vrankenpommery.it
credits: Cuvée Louise - Pommery
 

Termeno, Gewürztraminer Kastelaz ’11 E. Walch

13 maggio 2012 by

Non so quanto possa essere durevole il piacere di tutto un pasto accompagnato con un vino di questa struttura e complessità aromatica, tant’è che a parlar di Gewürztraminer sono davvero pochissimi quei vini che sanno esprimere con una tale profondità e vigoria tutta la tipicità del varietale.

Il Kastelaz 2011 di Elena Walch è senza dubbio alcuno un bianco superlativo, c’è ben poco da girarci intorno, assolutamente cristallino nel colore, esagerato quasi nell’intensità aromatica ed estremamente voluttuoso al palato. Veste un giallo paglierino piacevolmente dorato, il naso è praticamente infinito, inarrestabile, indomabile: sa di frutta tropicale, fiori gialli, erbe di montagna e piante officinali, agrumi, spezie e chi più ne ha, più ne metta. Il ventaglio olfattivo è tra i più complessi e variopinti mai proponibili: si colgono nitidi sentori di ananas e litchi, rosa canina e gelsomino, camomilla, mentuccia e finanche dolci note di miele di Millefiori; un continuo divenire di finissima levatura. 

In bocca, al primo sorso, appare anche docile, morbido, sostanzialmente però è carico di materia, quasi grasso, sapido e lungo; e basta giusto un altro sorso per coglierne appieno tutta l’anima più nobile del Gewürztraminer. E’ un bianco di particolare struttura, pervaso però da una giusta tensione acida ma anche caratterizzato da un notevole spessore alcolico (siamo sui 15 gradi!). Non è, per dirla tutta, un bianco per tutti e, aggiungo, nemmeno da spendere su qualsiasi piatto, però se amate il pesce crudo, o una o più variazioni sul tema, avrei anche pensato all’abbinamento giusto da proporvi… (leggi qui).


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